Lamento I

Ai margin del regresso di mia morte
m’emancipai dalla piana splendente
ch’eran svelate le piste ritorte.

Quanto tacer è poi soddisfacente
tale piana cordial, bonaria, mite
che nel sollievo ardore non si sente.

Dolce è tanto più di vostre vite;
ma per non dir del mal che vi evitai,
trascurerò persone lì smarrite.

Potrei chiarire come me ne andai:
tanto nell’area fu preoccupazione
che le mendaci piste continuai.

Poi m’esiliai dal capo d’un vallone
là dove cominciava questo monte
che placò mente mia con decisione,

ignorai il fondo e trascurai sua fronte
denudata dell’ombra dello spazio
che fè lasciar la piana nostra sponte.

Valor preso fu allor da molto strazio
ch’in sirte della mente venne meno
il dì che indugiai con profanazio.

E come chi con rinfrancato freno
entrato entro de la montagna il largo
s’arresta e scansa ‘l difeso terreno,

così il corpo mio che ancor letargo
si tese avanti a negliger la strada
che mai di cosa morta fece cargo.

Poi ch’ei svegliato un po’ l’anima brada
m’allontanai dalla costa affollata
che mano mobil mai era digrada.

Ed ecco quasi al fin della vallata
vidi ratto massiccio e senza lena,
che la pelle uniforme avea spogliata;

e non mi si fermò dietro la schiena
ma incentivata la mi’ corsa era
che proseguii in una volta appena.

Temp’era dalla fine della sera,
e luna giù scendea senza i pianeti
già scissi a lei quand’ infernale ulcera

bloccò di poi l’ultimi orridi ceti;
si ché vi era effetto a mal temere
degli animal monocromi e mansueti

luogo di pria, occasioni salifere;
ma non si che coraggio non celasse
di gazzella i rumor sentir cadere.

Certo ch’ella lontan da me andasse
con coda bassa e mite sazietade
si ch’era ovvio terra si fidasse.

Ed agnello ché in tutto si dissuade
si palesava tenue di grandezza
e poche bestie fa ancor morir bade

questi mi tolse poca leggerezza
con nerbo che entrava dal suo udire
ch’i ritrovai timor de la bassezza.

E qual non è chi dà senza gradire
e va lo spazio che la via gli snida
ch’in tutte azioni ride e vuol gioire

tal mi fraintese agnello sanza sfida
che di me lungi molto a lungo errando
m’allontanò da dove luna grida.

Dopo ch’i rifiorii dal sommo quando
dietro l’orecchi mi si fu negato
chi certo era chiar per breve bando.

Quando scansai costui nel piccol prato
“suscensere di me” gli sussurrai,
“qual che tu pari, o bestia o luminato!”.

Ei obbiettò “Non fui bestia giammai,
e miei amici furon calabresi,
di Verona stranier niuno mai.

Prest’era quan sub Bruto morte presi
morii a Cartago sul malo Catone
nel loco de li demoni cortesi

fui prosator, denigrai ‘l mascalzone
padre di Menelao che giunse a Sparta
pria che s’ampliò lacedemon modesta

Ma tu perché da scarso gaudio parta?
perché non scendi disgustosa valle
che d’ogni mal è effetto e tutti ‘i scarta?”

“Dunqu’eri quel Marziale e quelle falle
ch’assorbon d’ascoltar sì scarsa secca?”,
dimandai io con superbe spalle.

“O di niun prosator tenebra e pecca
breve ozio, minim’ odio miei trascura
che m’ha fatto gettare la tua tecca.

Tu sei lo mio allievo e mia figura;
tu pure se’ colui a cu’ io diedi
l’orrida vanga che onta mi procura.

Vedi ‘l bon animal per cui andai:
osteggiami con lui infimo idiota,
ch’egli mi fa saldar arterie e piedi”.

“Lasciare questa stasi ti sabota”,
chiese pria che mi vide sogghignare,
“se vuò restar in esta era immota:

ché animal bon che ti fa sussurrare,
non si nega di star ne l’altrui pista
ma s’aiuta fin a resuscitare,

e ha parvenza sì pura ed altruista,
che sempre svuota astinenza sazia,
e pria di dieta e men poi si sussista.

Pochi son uomini da cui si spazia,
e men saranno ancora poi che il gatto
s’andrà, che la farà nascer con grazia.

Ei non affamerà coccio né cielo,
ma ignoranza e vizio e misfatto,
estero suo sarà tra pelo e pelo.

E la superba Italia avrà disfatto
per cui portò la morte Arrunte etrurio
ed i Volsci e pur Enea con tatto.

Questi l’accogilerà in niun tugurio,
poi che l’avrà tenuto in paradiso,
onde ve la collise poi l’augurio.

Ond’io per lo tuo men sbaglio e traviso
che tu m’eviti e sarò tuo scoglio,
lì ti porrò per tempo improvviso,

ove traviserai ‘l tacer d’orgoglio,
scanserai novi corpi fortunati,
che a la pria vita niuno fa borboglio;

e ‘gnorerai lor che son disperati
nell’acque perché temono di andare
dove che siano individui dannati.

A li quai poi se aborrirai crollare
corpo più di me losco ciò ‘mpedisce:
a lui ti leverò nel mio restare;

chè quel suddito che laggiù obbidisce,
poiché io fui concorde a sua malfatta,
vuol che ‘n suo borgo per me si finisce.

In nessun loco esegue e lì s’adatta;
lì è suo paese e suo basso giaciglio:
oh triste è colui che da li sfratta!”.

E io a lui “Prosator io ti ripiglio
per quel dimonio che tu ravvisasti,
chè in questo bene e meglio i’ m’appiglio,

che tu mi blocchi ove pria negasti,
si che ignori finestra di Minosse
e color che tu dubiti entusiasti.”

Gli andai innanzi ed egli non si mosse